Scrivere per incontrarsi
Appunti per un’educazione che non chiede il permesso
Ci sono momenti in cui scrivere non serve a spiegarsi, ma a farsi trovare. Non a convincere, non a sedurre, non a dimostrare competenze. Scrivere, in questi casi, per vuol dire dichiarare da che parte si sta nell’educazione, quali pratiche si ritengono non negoziabili, quale idea di scuola e di futuro si è disposti a sostenere con il proprio lavoro.
Quando esposi le mie opinioni al ministro Falcucci, mi disse: «Ma lei con chi sta mescolato insieme?».
«A me non mi hanno mescolato mai, io sono solo».
«Ah! Ma lei è un cane sciolto! Allora può abbaiare quanto vuole»
— tratto dall’ultima intervista di Roberto Farné al maestro Alberto Manzi del 13 giugno 1997
Nell’ultimo mese ho sperimentato una modalità di contatto che unisce scrittura pubblica e dialogo diretto. Un articolo pubblicato, una lettera breve inviata in punta di piedi, e poi — senza strategie né scorciatoie — una telefonata inaspettata, e poi l’opportunità di conoscerci meglio con un colloquio, e infine un tavolo di lavoro potenziale condiviso con molti altri. Questo è davvero accaduto dopo la pubblicato del Periplo, novembre / dicembre 2025, n. 5 - by Luigi Giuliani.
Non perché il testo fosse brillante, ma perché era onesto. E soprattutto perché non chiedeva: «posso entrare?», ma diceva: «io lavoro per loro così». È da qui che nasce questo scritto.
Educare nei margini (che poi sono il centro)
Dal 2018 ho avuto l’opportunità e la fortuna di lavorare in dei centri di formazione professionale, in contesti che qualcuno potrebbe definire di vulnerabilità. Studenti a rischio di dispersione scolastica, ragazzi con DSA certificati e non certificati, giovani attraversati da fragilità sociali, relazionali, familiari. Una messa alla prova. Etichette utili ai sistemi, molto meno alle persone.
In quei contesti ho imparato una cosa semplice e radicale: non si educa partendo dalla programmazione, ma dalle vite. E con le famiglie. Ogni progetto didattico che non tiene conto del mondo reale degli studenti è destinato a diventare rumore di fondo. Per questo ho cercato — con fatica, tentativi, tanti errori e fallimenti personali — di costruire in primis relazioni e poi anche corsi e laboratori, tutte cose che nascessero dall’ascolto, dal fare, dal cooperare. Non per semplificare, ma per rendere accessibile. Non per abbassare l’asticella, ma per allargare il campo.
Ho fatto tutto ciò senza possedere una laurea ma solo un titolo ITS, senza conoscere bene l’inglese ma avendolo studiato in autonomia per conseguire la certificazione B1. Quanto amerei potermi confrontare con chi ha a cuore il tema dell’educazione e magari parla bene l’inglese e può attingere al sapere proveniente dal mondo intero!
Metodologie come scelta politica
Flipped Learning, Universal Design for Learning, progettazione a ritroso, compiti autentici, classe cooperativa: queste non sono tecniche neutre. Sono scelte programmatiche e politiche, nel senso più alto del termine.
Scegliere una didattica attiva significa dire che lo studente non è un contenitore. Scegliere la cooperazione significa rifiutare l’idea che l’apprendimento sia una gara. Scegliere l’inclusione significa dire che la difficoltà, la malattia, la differenza non sono “problemi individuali”, ma responsabilità collettive, aspetti della vita comuni tutti, parte di noi tutti. Esse, quando le si incontra nella fatica possono diventare anche un valore.
Il mio lavoro si è nutrito del pensiero e della pratica di tante colleghe e colleghi con lunga esperienza da educatori , psicologhe e formatori, maestri e maestre del passato e del presente che hanno avuto il coraggio di stare dalla parte delle ragazze e dei ragazzi reali, non di quelli ideali. Figure che hanno saputo tenere insieme rigore e umanità, sapere e vita, scuola e mondo.
Tecnica, impresa, orientamento: falsi opposti
Accanto alla docenza ho lavorato come operatore tecnico ausiliario, come consulente informatico, come grafico, come riparatore di cellulari. Ho diretto un negozio, formato adulti, impaginato libri, progettato unità di apprendimento, scritto syllabus, voluto bene a molte ragazze e molti ragazzi, mi sono affezionato a tante e tanti di loro. Ho imparato che l’educazione non è separabile dalla vita e dall’impresa, se per impresa intendiamo la capacità di agire nel mondo con responsabilità.
Orientare non significa dire ai ragazzi che lavoro fare, ma aiutarli a leggere contesti, riconoscere competenze, immaginare possibilità e, come poetava Danilo Dolci, essere sinceri con loro «sognando gli altri come ora non sono». È qui che educazione, cittadinanza ed economia tornano a parlarsi, senza retorica e senza slogan.
Perché scrivo e perché continuo
Scrivo perché la scrittura è uno spazio pubblico. Scrivo perché rende visibili pratiche che altrimenti resterebbero isolate. Scrivo perché è un modo per dire: «io sono disponibile a lavorare, ma non a qualsiasi costo e non in qualsiasi cornice».
Negli ultimi dodici mesi ho pubblicato syllabus, riflessioni, materiali di progetto. Non per costruirmi un profilo, ma per tenere traccia. Perché l’educazione ha bisogno di memoria, di confronto, di continuità.
Questo articolo non è una candidatura. È, ancora una volta, una presa di posizione. Se poi da queste parole nasce un dialogo, un incontro, un progetto condiviso, allora vorrà dire che qualcuno, leggendo, si è riconosciuto. E questo, oggi, è già moltissimo.



