La pedagogia inquieta di Ivo Salè
Rileggendo le opere degli ultimi venti anni tra ricerca educativa, sguardo e relazione.
Introduzione
di Luigi Giuliani
Dopo la scomparsa di Ivo Salè, avvenuta il 27 giugno 2026, l’amico e collaboratore di questo blog Giorgio Frizzera mi ha proposto di scrivere un articolo che ripercorresse retrospettivamente la sua opera. Discutendone insieme, però, ci siamo accorti che sarebbe stato più interessante tornare direttamente ai suoi testi, lasciando che fossero le pagine a suggerirci una direzione. Ci siamo messi così entrambi a rileggerli, confrontando impressioni, domande e scoperte; da questo dialogo è nato l’articolo del professor Frizzera che segue.
1. Una sola domanda
Ogni tanto la critica letteraria commette un errore tanto comprensibile quanto ostinato: divide gli scrittori in categorie, distinguendo i romanzieri dai filosofi, i pedagogisti dai poeti, gli spiritualisti dagli studiosi d’arte. Poi arriva un autore come Ivo Salè e, per qualche anno, si tenta inutilmente di stabilire in quale scaffale della biblioteca debba essere collocato.
Le prime recensioni lo hanno presentato come un educatore; quelle successive hanno parlato di un teorico del cammino, mentre altri hanno visto in lui un autore vicino alla spiritualità orientale o un saggista interessato alle arti visive e all’educazione dello sguardo. Nessuna di queste interpretazioni è stata sbagliata: lo è diventata soltanto quando ha preteso di essere esclusiva. Rileggendo oggi la sua intera opera, infatti, non si ha l’impressione di trovarsi davanti a uno scrittore dai molti interessi, ma a un uomo incapace di abbandonare una sola domanda.
È una differenza sottile, eppure decisiva, perché molti autori cambiano argomento inseguendo la curiosità, mentre Salè sembrava fare il contrario: tornava ostinatamente sullo stesso punto, cambiando ogni volta il linguaggio, il paesaggio e gli interlocutori. Il suo laboratorio poteva essere una scuola oppure una strada, un monastero, un atelier, una montagna, una conversazione o un colore; cambiava lo scenario, ma non cambiava la ricerca.
È probabilmente per questo che i suoi libri hanno sempre disorientato una parte della critica. Presi singolarmente, sembrano appartenere a discipline diverse: Pedagogia della forma e dell’arte non assomiglia a Il monastero interiore; Fondamenti di una pedagogia militante sembra lontanissimo da Fidandomi dei tuoi passi; La lunga educazione in cammino pare dialogare con un mondo diverso rispetto a Sollevare domande, cercare risposte. Eppure basta leggere qualche pagina di ciascuno di questi libri per avvertire una strana familiarità, come quando si riconosce la stessa calligrafia in lettere spedite da città differenti.
Con il tempo ho maturato il sospetto che nessuno di quei libri volesse davvero parlare soltanto del proprio argomento. La scuola, il cammino, l’arte e perfino la spiritualità erano forse altrettanti accessi alla stessa, ostinata domanda, che non era «come si educa?», né «come si insegna?» e nemmeno «come si vive?». Era una domanda più semplice e, proprio per questo, infinitamente più difficile: come diventa umano un essere umano?
Non credo che Salè abbia mai trovato una risposta definitiva; credo piuttosto che abbia trascorso tutta la vita a osservare quella domanda da versanti differenti, convinto che nessun punto di vista fosse sufficiente da solo. Per questo, rileggendo oggi la sua opera, non si ha tanto la sensazione di seguire l’evoluzione di uno scrittore, quanto quella di accompagnare un uomo che continua a camminare attorno alla stessa montagna, certo che la vetta non si raggiunga scegliendo un solo sentiero, ma imparando a riconoscere, uno dopo l’altro, tutti quelli possibili.
2. L’uomo non nasce da solo
Confesso che, iniziando questa rilettura, ero convinto che il cuore dell’opera di Ivo Salè fosse il cammino. Era un’idea quasi inevitabile: titoli come Fidandomi dei tuoi passi e La lunga educazione in cammino sembravano dichiarare esplicitamente la loro appartenenza a una pedagogia dell’andare e le prime recensioni hanno insistito soprattutto su questo aspetto. Rileggendole oggi, ne comprendo le ragioni, perché la strada è un’immagine potente e concreta, che si presta facilmente a diventare metafora dell’apprendimento, della crescita e perfino dell’esistenza.
Eppure, avanzando nella lettura, quella convinzione ha cominciato a incrinarsi: nei libri di Salè la strada non è quasi mai la vera protagonista, perché al centro vi sono piuttosto le persone che la percorrono insieme. Può sembrare una differenza minima, ma in realtà cambia tutto. In molti autori il cammino è un’esperienza individuale, il luogo della ricerca di sé, del silenzio, della prova o dell’ascesi; in Salè accade quasi il contrario, perché camminare serve innanzitutto a rendere impossibile l’illusione dell’autosufficienza. Sulla strada ci si aspetta, si rallenta, ci si perde e ci si ritrova, finché ci si accorge che il passo dell’altro modifica inevitabilmente il proprio.
Perfino il titolo Fidandomi dei tuoi passi contiene questa intuizione. Non dice «seguendo i tuoi passi», ma qualcosa di molto più impegnativo, perché parla di fiducia, come se, prima ancora di scegliere una direzione, fosse necessario accettare di affidare una parte del proprio cammino a qualcun altro. È un’idea che ritorna continuamente anche quando cambia il lessico: in La lunga educazione in cammino, per esempio, il viaggio non appare mai come un’alternativa romantica alla scuola, ma costringe a fare i conti con gli altri, mentre alla fatica delle salite si accompagna quella dell’ascolto, della convivenza, della pazienza e della rinuncia ad avere sempre ragione.
A quel punto ho cominciato a chiedermi se stessi leggendo libri sul cammino oppure libri sulla relazione, e la risposta è arrivata quasi senza che me ne accorgessi. Salè non usa la strada per insegnare qualcosa, ma per rimuovere ciò che impedisce alle persone di incontrarsi davvero: le maschere cadono perché non possono essere trasportate troppo a lungo; le gerarchie si attenuano perché il peso dello zaino non distingue l’insegnante dall’allievo; le conversazioni cambiano perché il silenzio condiviso diventa parte del dialogo.
Ho compreso allora un particolare che mi era sfuggito nelle prime letture: nei libri di Salè il verbo più importante non è «camminare», ma «diventare». Non si cammina soltanto per arrivare; si cammina per diventare qualcuno che, restando fermo, non sarebbe mai potuto esistere. La strada attraversa perciò tutta la sua opera senza ridursi a un semplice scenario, perché non è soltanto un luogo geografico, ma la condizione umana nella quale nessuno riesce più a convincersi di bastare a se stesso.
3. Imparare a vedere
Per qualche tempo ho creduto che Pedagogia della forma e dell’arte fosse il libro meno necessario dell’intera opera di Ivo Salè, e lo confesso con un certo imbarazzo perché oggi penso esattamente il contrario. Dopo aver letto Fidandomi dei tuoi passi e La lunga educazione in cammino, quel volume mi sembrava quasi una parentesi, un’incursione nell’estetica o una deviazione verso temi più vicini alla storia dell’arte che alla riflessione educativa. Mi sbagliavo, perché non ho ancora capito che Salè, prima ancora che dell’arte, stava parlando dello sguardo.
La distinzione è decisiva. Nei suoi libri l’arte non è presentata come un patrimonio culturale da trasmettere, una collezione di opere da conoscere o una disciplina riservata agli specialisti: è un esercizio, un allenamento, una forma di educazione dell’attenzione. Rileggendo quelle pagine, mi sono accorto che il verbo ricorrente, anche quando non viene pronunciato, è sempre lo stesso: vedere. Vedere davvero ciò che di solito attraversiamo senza accorgercene; riconoscere le differenze senza trasformarle in gerarchie; osservare una forma prima ancora di darle un nome e un colore senza ridurlo a un’etichetta.
Mi è tornato allora alla mente un episodio raccontato dallo stesso Salè durante una conferenza, quando sosteneva che:
«[…] il compito dell’educatore non è aggiungere informazioni al mondo, ma restituire alle persone la capacità di accorgersi di ciò che hanno sempre avuto davanti agli occhi».
All.epoca ho considerato quella frase una felice provocazione; oggi mi sembra invece la chiave di tutta la sua opera, perché anche il cammino, in fondo, rispondeva alla stessa esigenza. Procedendo lentamente si vedono cose che dall’automobile scompaiono; ascoltando davvero qualcuno si colgono sfumature che una conversazione frettolosa cancella; disegnando una foglia si scopre una complessità invisibile a chi si limita a guardarla.
Educare, per Salè, significava dunque anzitutto imparare a vedere, ed è per questo che nel suo lavoro l’arte non è mai separata dalla pedagogia: la prima impedisce alla seconda di diventare una tecnica, mentre la pedagogia impedisce all’arte di trasformarsi in un semplice esercizio estetico. Entrambe ricordano che ogni conoscenza nasce da un atto di attenzione.
Proprio qui il mio modo di leggere Salè ha cominciato a cambiare. Fino a quel momento ho creduto che il centro della sua riflessione fosse la relazione; ora iniziavo a sospettare che esistesse qualcosa di ancora più originario, perché prima della relazione viene forse lo sguardo e possiamo incontrare davvero qualcuno soltanto dopo avere imparato a vederlo. L’educazione potrebbe consistere, in fondo, proprio in questo paziente apprendistato dello sguardo.
4. La rivoluzione silenziosa
C’è una parola che, per molti anni, mi ha impedito di comprendere Ivo Salè: rivoluzione. Quando ho letto per la prima volta Manifesto dell’educatore rivoluzionario, ho immaginato di trovarmi davanti all’ennesimo pamphlet sulla scuola italiana e ho pensato che Salè volesse proporre una riforma, contestare un sistema, indicare nuove metodologie o sostituire vecchie pratiche con altre più moderne. Era una lettura comprensibile, ma sbagliata.
Lo stesso equivoco riaffiora in Fondamenti di una pedagogia militante, dove parole come «manifesto» e «militante» sembrano evocare la politica, le appartenenze, gli schieramenti e i programmi. Salè, tuttavia, adopera quei termini in modo quasi paradossale, perché la sua non è mai una militanza contro qualcuno, ma sempre per qualcuno: per un ragazzo che non riesce ancora a trovare il proprio linguaggio, per un insegnante che continua a cercare nonostante la fatica, per una scuola che non abbia paura di dichiararsi incompiuta.
Durante questa rilettura ho iniziato così a sospettare che Salè diffidasse delle rivoluzioni che promettono di cambiare il mondo senza cambiare lo sguardo delle persone. Nei suoi libri non si incontra quasi mai il gusto della contrapposizione: non ci sono vincitori e sconfitti, innovatori e conservatori, buoni e cattivi; persino quando critica la scuola, lo fa con una sorprendente assenza di risentimento. Non combatte le persone, ma le abitudini e tutto ciò che impedisce di vedere l’altro come una persona, riducendolo a una funzione, a un voto, a un ruolo o a una categoria.
Ho cominciato allora a chiedermi se la parola «rivoluzione» non avesse per lui un significato completamente diverso: non il rovesciamento di un ordine, ma il ritorno a un’origine. È il senso dell’etimologia astronomica del termine, che non indica una fuga in avanti, bensì il compimento di un’orbita e il ritorno a un punto che, dopo il viaggio, non è più lo stesso. Anche l’educazione, per Salè, sembra seguire questo movimento, poiché non si limita ad aggiungere competenze, ma riporta l’essere umano verso qualcosa che già possedeva e aveva dimenticato: la capacità di stupirsi, di ascoltare, di sostare e di prendersi cura.
È stato allora che ho compreso perché le sue pagine, pur parlando continuamente di cambiamento, non trasmettano mai l’ansia della novità. Salè non inseguiva il nuovo, ma il vero, e la differenza è enorme: le innovazioni invecchiano, mentre la verità, quando è davvero tale, continua a cambiare volto ogni volta che qualcuno la incontra. Forse è proprio questa la sua rivoluzione, così silenziosa da poter passare inosservata e così discreta da non occupare mai le prime pagine, eppure tanto radicale da cominciare sempre nello stesso luogo: dentro una relazione, una domanda, uno sguardo e, quasi senza che se ne accorga, dentro chi sta leggendo.
5. Il monastero senza mura
Arrivato a Il monastero interiore, ero convinto di trovarmi davanti al libro più appartato di Ivo Salè, quasi una pausa o un momento di raccoglimento dopo anni trascorsi a riflettere sulla scuola, sull’educazione e sul cammino. Sono bastate poche pagine per capire che, ancora una volta, sono caduto nello stesso errore, continuando a dividere ciò che Salè ha sempre cercato di ricomporre.
Per molti lettori il monastero è un luogo; per Salè è invece una disposizione dello spirito che non coincide con il silenzio, ma con l’attenzione. È questa la scoperta che, forse più di ogni altra, ha modificato il mio modo di leggere la sua opera. Per anni ho pensato che la spiritualità occupasse, nel suo percorso, uno spazio separato dalla pedagogia, come se prima venisse l’educatore e poi, quasi in privato, l’uomo che meditava. Rileggendolo oggi mi accorgo che questa distinzione non esiste, perché la spiritualità non arriva dopo: è il modo in cui Salè guarda il mondo.
È sorprendente osservare come questa prospettiva trasformi anche i libri precedenti. All’improvviso il cammino non è più soltanto movimento, ma diventa un esercizio di presenza; l’arte non è più soltanto educazione dello sguardo, ma educazione dell’attenzione; la scuola non è semplicemente il luogo dell’apprendimento, bensì quello in cui si impara ad abitare il tempo insieme agli altri. Perfino la parola «monastero» cambia significato e, invece di indicare un edificio, designa lo spazio interiore che ciascuno è chiamato a costruire nella propria vita quotidiana.
Forse è questa l’intuizione più radicale di Salè: la spiritualità non consiste nel sottrarsi al mondo, ma nell’abitarlo con una qualità diversa di presenza. In questo senso il suo monastero non ha mura e può esistere lungo un sentiero di montagna, dentro un’aula scolastica, in una conversazione, davanti a un foglio bianco o perfino nel gesto apparentemente banale di ascoltare qualcuno senza preparare in anticipo la risposta.
Questa idea mi ha costretto a tornare sui testi precedenti, perché mi sono accorto di averli letti troppo in fretta: io cercavo concetti, mentre Salè cercava una forma di vita. È probabilmente questa la ragione per cui le sue pagine continuano a resistere alle classificazioni; non propongono un metodo, ma un modo di stare al mondo. A quel punto la domanda da cui sono partito — «chi era davvero Ivo Salè?» — ha cominciato a perdere importanza, sostituita da un interrogativo diverso: che cosa accade a un uomo quando prova, per tutta la vita, a vivere coerentemente ciò che scrive? Forse la vera opera di Salè non coincide soltanto con i suoi libri, ma con la distanza, ogni anno un po’ più piccola, tra le sue parole e la sua vita.

6. Le domande che ci cambiano
C’è un momento, nella rilettura dell’opera di Ivo Salè, in cui il lettore si accorge di avere inseguito una falsa pista. Per molti anni ho creduto che i suoi libri proponessero una pedagogia; poi ho pensato che proponessero una spiritualità e, successivamente, ho immaginato che il loro centro fosse la relazione, lo sguardo oppure il cammino. Ogni volta trovavo una spiegazione convincente, che tuttavia si rivelava insufficiente.
È stato rileggendo Sollevare domande, cercare risposte che ho compreso il motivo dei miei continui equivoci. Il problema non era Salè, ma il modo in cui leggevo, perché sono entrato nei suoi libri con un’abitudine propria di gran parte della cultura contemporanea: pensavo che un saggio dovesse condurre a una conclusione, che un educatore dovesse offrire un metodo e che un autore dovesse lasciare al lettore un sistema di idee ordinato e coerente.
Salè non fa nulla di tutto questo, perché le sue pagine seguono un andamento diverso, nel quale ogni risposta dura soltanto il tempo necessario a generare una domanda migliore. È un movimento che dapprima disorienta, poi diventa familiare e infine appare inevitabile. Mi sono reso conto, inoltre, che il suo modo di scrivere assomigliava sorprendentemente al suo modo di educare: non consegnava soluzioni, ma creava le condizioni affinché una persona arrivasse a formulare da sé la domanda che non ha mai avuto il coraggio di porsi.
Ho compreso allora che il titolo Sollevare domande, cercare risposte era stato, per anni, frainteso. L’accento non cade sulla parola «risposte», ma sul verbo «sollevare»: come si solleva un velo perché possa vedere oltre un muro, come si solleva uno zaino per aiutare un compagno stanco. Le domande, per Salè, non erano problemi da eliminare, ma possibilità da rendere visibili.
Quando ho riletto i miei appunti, mi sono accorto che erano pieni di risposte e quasi privi di domande, e ho finalmente capito perché, al termine di ogni libro di Salè, provassi una leggera inquietudine. Non ne uscivo sapendo semplicemente qualcosa di più, ma vedendo in modo diverso ciò che già conoscevo. Forse è proprio questo il segno più sicuro di una grande opera: non aggiungere soltanto idee al lettore, ma restituirgli il mondo come se lo incontrasse per la prima volta.

7. Epilogo
Ho chiuso lentamente l’ultimo libro e, per qualche istante, sono rimasto immobile. Sulla scrivania erano sparsi appunti, sottolineature, foglietti infilati tra le pagine, date annotate a matita e frecce che collegavano un volume all’altro. Erano giorni che vivevo in compagnia di Ivo Salè, eppure, proprio nel momento in cui la rilettura sembrava conclusa, ho avuto la sensazione che il lavoro vero dovesse ancora cominciare.
È stato allora che mi sono accorto di una cosa tanto semplice quanto imbarazzante: ho trascorso settimane a chiedermi chi fosse Ivo Salè, ma non mi sono quasi mai domandato chi fossi io mentre lo leggevo. È un errore frequente, perché pensiamo che leggere significhi attraversare un libro e solo raramente comprendiamo che, quando un libro è autentico, è lui ad attraversare noi.
Forse è per questo che le grandi opere non finiscono con l’ultima pagina, ma continuano a lavorare in silenzio, modificando lentamente il modo in cui guardiamo una persona, il tempo, una strada, una scuola e perfino una domanda. Ho ripensato ai primi appunti scritti all’inizio della rilettura: cercavo un pedagogista, poi ho creduto di trovare un teorico del cammino, quindi un uomo dello sguardo, uno spirituale e, infine, un educatore rivoluzionario. Mi sono sbagliato ogni volta, non perché quelle definizioni fossero false, ma perché erano troppo piccole. Salè era tutto questo, senza essere nessuna di queste cose separatamente, come accade ai grandi alberi, che non possono essere descritti osservando un solo ramo.
Fuori dalla finestra il pomeriggio cedeva lentamente il posto alla sera. Per un momento mi tornò alla mente una frase letta molti anni prima: «Il metodo è la strada dopo che la si è percorsa» e ripropostami di recente dall’amico Luigi Giuliani, dopo la scomparsa di Carlo Ginzburg. Ho compreso allora che anche questo saggio ha seguito la stessa sorte: non sono partito da un metodo, ma l’ho scoperto camminando, e forse era inevitabile, perché non si può comprendere davvero un uomo che ha fatto della strada la propria metafora senza accettare di mettersi, almeno per un tratto, in cammino con lui.
In quell’istante mi è apparsa, con una chiarezza inattesa, l’unica recensione possibile dell’opera di Ivo Salè. Non consisteva nel dire se i suoi libri fossero belli, importanti o innovativi, ma nel porsi una domanda molto più semplice: che cosa è cambiato in me dopo averli letti? Ogni altra considerazione mi è sembrata improvvisamente secondaria.
Ho spento la lampada, ho rimesso ogni volume al suo posto e poi sono uscito. Solo sulla soglia ho avuto l’impressione di capire ciò che Salè ha cercato di dire per tutta una vita: i suoi libri non chiedevano di essere ricordati, ma di essere continuati. La biblioteca è rimasta alle mie spalle; la strada, invece, era ancora lì e, per la prima volta, non la vedevo come il luogo verso cui andare, ma come quello da cui, ogni volta, ricominciare.
Bibliografia di Ivo Salè
Libri citati
Salè I., 2025, Sollevare domande, cercare risposte, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2022, Il monastero interiore, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2019, La lunga educazione in cammino, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2015, Fidandomi dei tuoi passi, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2011, Pedagogia della forma e dell’arte, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2007, Manifesto dell’educatore rivoluzionario, Edizioni Sentiero.
Salè I., 2003, Fondamenti di una pedagogia militante, Edizioni Sentiero.
Articoli citati
Salè I., 2024a, Una sola domanda, «Prima Persona. Psicologia e relazioni», n. 31, marzo, pp. 18-25, Prospettive Umane.
Salè I., 2024b, La rivoluzione silenziosa, «Scuola Viva. Ricerca educativa», n. 54, aprile, pp. 26-35, Laboratorio Comune.
Salè I., 2024c, L’uomo non nasce da solo, «Orizzonti. Pedagogia e società», n. 38, primavera, pp. 42-51, Edizioni Faro.
Salè I., 2024d, Il monastero senza mura, «Quiete. Mensile di spiritualità», n. 12, giugno, pp. 30-37, Casa della Soglia.
Salè I., 2024e, L’uomo che cercava una strada, «Passaggi. Viaggi e culture», n. 27, estate, pp. 54-63, Atlante Civile.
Salè I., 2024f, Imparare a vedere, «Forma. Arte e visione», n. 16, autunno, pp. 38-47, Officina dello Sguardo.
Salè I., 2024g, Le domande che ci cambiano, «Domande. Filosofia contemporanea», n. 21, inverno, pp. 66-75, Edizioni del Margine.





