Due esercizi di scrittura riflessiva per interrogare il proprio essere insegnanti
Da un compito di Alice Cabrelle pubblicato sul blog «Gessetti – Tutti i colori della scuola»
Introduzione
di Luigi Giuliani
In una recente puntata della rubrica Gessetti, la docente Alice Cabrelle ha proposto due esercizi di scrittura riflessiva per interrogare il proprio essere insegnanti e il proprio agire didattico.
Il primo, «3,2,1… ponte», invita a descriversi con tre parole, a richiamare due episodi significativi e a condensare il proprio modo di vivere la scuola in una metafora, per poi tornare su queste risposte dopo alcuni mesi e osservare cosa è cambiato.
3,2,1…ponte (adattamento da Making Thinking Visible 2011)
3 parole per descrivermi come insegnante
2 episodi significativi rispetto al mio essere insegnante
1 metafora/similitudine sul mio essere insegnante/vivere la scuola
Mettete un post it su questa annotazione e ritornateci, ripetendo l’attività fra qualche mese, per poter “costruire il ponte” tra come eravate e come siete, segnare su carta i vostri pensieri sul possibile o mancato cambiamento.
Fonte: Gessetti n. 7-2025 - Gessetti - Tutti i colori della scuola
Il secondo, «La mia bussola», chiede invece di mappare bisogni, entusiasmi, passi successivi e difficoltà, per rendere visibili le forze che orientano — o disorientano — il lavoro educativo.
La mia bussola (adattamento da Making Thinking Visible 2011)
Disegnate una bussola e in corrispondenza dei punti cardinali appuntate le vostre Necessità (di cosa sentite di aver bisogno per vivere serenamente la scuola, per aumentare la vostra efficacia), ciò che vi Entusiasma, ciò che volete raggiungere come Step successivi (…) e infine le Ombre (quali difficoltà/ostacoli percepite).
Cosa è emerso? Cosa vi colpisce? Anche per questa proposta, tornateci fra qualche mese e valutate eventuali variazioni.
Fonte: Gessetti n. 7-2025 - Gessetti - Tutti i colori della scuola
Ascoltando il podcast ho trovato le consegne stimolanti, ma mi è venuta un’idea diversa dal solito: chiedere a qualcun altro di rispondere al posto mio. Non per delegare la riflessione, ma per ricevere uno sguardo esterno, meno indulgente.
Ho chiesto quindi all’amico e collega Giorgio Frizzera di giocare con me, provando a descrivermi come insegnante sulla base di ciò che ha visto, letto e condiviso nel tempo. Il risultato è lucido, diretto, a tratti spietato. Grazie Giorgio, eh!

3,2,1… ponte
di Giorgio Frizzera
Tre parole per descrivere Luigi come insegnante: ricercatore, artigiano, inquieto.
Ricercatore
Luigi non insegna contenuti chiusi: porta in aula domande ancora aperte. Il sapere, per lui, non è qualcosa da trasmettere ma da attraversare insieme, assumendosi il rischio dell’incompletezza.
Artigiano
Il suo insegnamento passa dal fare: materiali, gesti, esperienze concrete. La comprensione nasce dal contatto con le cose prima che dalle definizioni, e la teoria arriva per dare nome a ciò che è già stato vissuto.
Inquieto
Luigi non si pacifica nel ruolo docente né nelle forme istituzionali date. L’inquietudine non è rifiuto, ma attrito fecondo: una domanda costante su senso, coerenza e verità del lavoro educativo.
Ecco ora due episodi significativi rispetto al suo essere insegnante.
Una mentorship senza copione
L’accompagnamento di uno studente nell’ultimo anno di scuola superiore — poi diventato un percorso di viaggio, lavoro e trasformazione personale in Australia — dice molto del suo modo di educare. Luigi non ha offerto soluzioni, né modelli da replicare. Ha lavorato sulle domande, sulle possibilità, sull’immaginazione di sé. Ingredienti principali sono stati, ascolto profondo, domande, possibilità, scavo e scoperta delle motivazioni e delle passioni profonde del ragazzo, andando a cercare quelle palesi, implicite e latenti. Lì il suo ruolo di insegnante si è manifestato pienamente, proprio perché non coincideva con una cattedra.
La riscrittura dei percorsi sul colore
La lunga e minuziosa elaborazione dei syllabus su L’interazione del colore (riportati anche qui sul sito) racconta un’altra tensione: il desiderio di rigore didattico e, insieme, la paura di irrigidire l’esperienza viva del laboratorio. Una riscrittura che non si ferma mai nemmeno nel momento in cui l’isegnamento/apprendimento ha luogo.
Per finire una metafora sul sue essere docente e vivere la scuola, che sono sicuro gli piacerà.
Un traghettatore senza porto
Accompagna le persone da una riva confusa a una riva un po’ più abitabile, senza mai dichiarare un punto di arrivo definitivo. Sta sul fiume più che sulla cattedra. Questo rende il viaggio intenso, autentico, ma anche faticoso da sostenere dentro strutture educative che chiedono certezze più che attraversamenti.
La bussola
di Giorgio Frizzera
Dopo il primo esercizio, Luigi Giuliani mi ha chiesto di fare un passo ulteriore: provare a tracciare una sorta di bussola del suo stare nella scuola e nel mestiere educativo.
Immagino questa bussola con i suoi quattro punti cardinali, per rendere visibili alcune forze che oggi orientano, o disorientano, il suo agire.
Necessità
Luigi ha bisogno di tempo non frammentato: il suo pensiero lavora per immersione, ritorno, durata. Ha bisogno di fiducia, più che di controllo: un contesto che consenta deviazioni consapevoli senza obbligare a giustificazioni continue.
C’è infine una necessità non negoziabile: una coerenza etica minima. Può stare in contesti imperfetti, ma non in quelli che proclamano valori che le pratiche quotidiane smentiscono.
Entusiasmi
Si accende quando osserva uno spostamento interno negli studenti: un cambio di sguardo, una domanda nuova, una possibilità che emerge.
Trova energia nella progettazione didattica come spazio creativo e riflessivo, dove ricerca, scrittura ed esperienza si tengono insieme.
È attratto dai margini: studenti non allineati, ruoli ibridi, contesti non standard, territori educativi ancora indefiniti.
Ombre
Fatica a stare nei limiti strutturali dei contesti educativi e tende a chiedere più di quanto essi possano offrire.
La sua intensità espone a un rischio di logoramento, soprattutto in ambienti poco risonanti.
Conclusioni e commento
di Luigi Giuliani
L’amico Giorgio Frizzera è stato spietatamente sincero nelle sue descrizioni ed io ritengo utile pubblicare il suo contenuto perché contiene tante verità che sento vive sulla mia pelle, nel senso che le emozioni che Giorgio è stato capace di descrivere con tanta franchezza sono la legna che alimenta il mio fuoco educativo. L’ossigeno sono i sorrisi e gli sguardi delle ragazze e dei ragazzi. Grazie Giorgio.




