Diario di Ulisse, 9 gennaio 2026
Introduzione
Con l’inizio del nuovo anno riprendo il titolo di una delle vecchie sezioni di questo sito trasformandola in rubrica. Gli articoli di questa rubrica non verranno inviati agli iscritti alla newsletter ma solo pubblicati sul sito, perché sono solo delle pagine di diario abbozzate, utili per non perdere certe riflessioni e utili per catturare le emozioni durante tutto l’anno.
Cercare un maestro oggi: educazione, relazione e trasmissione
Qualche giorno fa ho detto a un monaco che continuo a cercare un maestro. Mi ha risposto che oggi non è più necessario visto che per apprendere le conoscenze ci sono i libri, c’è Internet. Ora si parla solo di amici spirituali.
Quella risposta mi ha lasciato inquieto. Se bastano i libri, allora non servono più nemmeno le persone. E io ai libri, da soli, non credo più. La scrittura conserva, ma non ascolta. Non risponde alle domande, non vede le fragilità, non cambia linguaggio davanti a chi ha bisogno. Resta ferma, anche quando il mondo si muove.
Per questo continuo a credere nei maestri. Non come autorità, ma come presenze vive. Nel buddhismo si parla di trasmissione della lampada: non un contenuto, ma una fiamma che passa da una vita all’altra.
Il Buddha non ha insegnato ovunque allo stesso modo. Il suo insegnamento ha attraversato luoghi e culture perché è stato trasmesso da persone, non fissato una volta per tutte. Attraverso voci, gesti, pratiche, esempi.
Io resto affezionato a chi ha insegnato così: facendo, giocando, camminando insieme. A chi ha educato per presenza e testimonianza, non solo per scrittura.
I libri aiutano a tramandare. Ma in assenza di una relazione viva diventano facilmente dottrina, rifugio, parola morta.
Continuo a cercare maestri. Ne trovo molti nei libri, ma a quelli non si possono porre domande né ci si può chiacchierare. E io ho ancora bisogno di fare domande.
Educatori senza cattedra: Spensley, Mazza e l’educazione fuori dalla scuola
Sto leggendo in questi giorni il volume del professor Mario Gecchele, docente all’Università di Verona, intitolato Mario Mazza (1882–1959), un esploratore dell’educazione, edito da Pensa Multimedia. Tra le pagine fitte di volti, idee e movimenti educativi, mi ha colpito un personaggio che non conoscevo: James Richardson Spensley.
Medico inglese trapiantato a Genova nei primi del Novecento, Spensley curava i marinai del porto, allenava la squadra di calcio del Genoa Cricket and Football Club (di cui fu anche capitano), e nel frattempo… gettava le basi dello scoutismo italiano. È infatti grazie anche al suo impulso che nel 1910 nasce la sezione ligure dei Ragazzi Esploratori Italiani, insieme a Mario Mazza e Luigi Reghini.
Nel mondo scout anglosassone Spensley è ricordato come un “doctor and educator” che portò in Italia lo spirito originario del movimento di Baden-Powell: escursionismo, disciplina, servizio. Secondo alcuni racconti, si dedicava all’educazione dei trovatelli genovesi e insegnava ai giovani il valore della responsabilità attraverso il gioco e la vita all’aperto.
Senza cattedra, senza titoli educativi ufficiali, ma con una limpida vocazione pedagogica, Spensley è stato una figura-ponte tra mondi: cura, sport, educazione. Mi riprometto di approfondirne la figura man mano che proseguirò la lettura del volume di Gecchele. Intanto, lo accolgo qui come si accolgono i buoni compagni di viaggio: con gratitudine.



