Colei, e colui, che ama ciò che fa amando la persona a cui lo rivolge
A proposito delle buone maestre e dei buoni maestri. La traduzione di un'intervista a José Antonio Fernández Bravo.
Il 24 luglio scorso ho pubblicato un breve articolo, «Dormo poco, sogno molto», per pubblicizzare una splendida intervista del maestro, docente universitario e pedagogista di fama internazionale, José Antonio Fernández Bravo. Un lettore chiese la traduzione e privatamente gli inviai la trascrizione in lingua spagnola, rimandando ad un secondo momento la traduzione integrale dell’intervista.
Qualche settimana fa ho iniziato la traduzione, alcuni paragrafi alla volta, con l’aiuto ChatGPT. Oggi dunque propongo qui la parte iniziale dell’intervista che ho revisionato, fino alla seconda domanda posta dal pubblico.
Ai lettori più curiosi e desiderosi di godersi il resto dell’intervista in lingua italiana, pur se non revisionato, lascio i file in vari formati da scaricare in fondo all’articolo.
L’intervista comparsa su YouTube il 21 gennaio 2019, fa parte del progetto «Aprendemos Juntos» della banca spagnola BBVA. Il canale, come recita la descrizione, raccoglie «le storie più stimolanti e i contenuti più utili per aiutarti a gestire la tua vita quotidiana, incoraggiandoci a impegnarci per una società più inclusiva e rispettosa del pianeta».
Prima parte dell’intervista
1. Ascoltarle e ascoltarli davvero
Grazie. È un piacere essere qui con voi.
Tempo fa una maestra chiese a una bambina:
«Sai leggere?»
E la bambina rispose:
«Leggere non so».
Allora la maestra disse:
«E scrivere?»
«Scrivere sì».
La maestra rimase così sorpresa che le disse:
«Vediamo, scrivi».
E la bambina fece uno scarabocchio incomprensibile.
La maestra, stupita, le chiese:
«Che cosa c’è scritto qui?»
E la bambina rispose:
«Te l’ho già detto che non so leggere».
Ascoltare è indispensabile per educare. E se di solito il primo applauso va sempre a chi viene a parlare, io vorrei cambiare questa abitudine. Vorrei che il primo applauso andasse sempre a chi viene ad ascoltare.
Vorrei che il primo applauso andasse sempre a quei maestri e a quelle maestre che alle tre o alle cinque del pomeriggio scappano via per cercare una formazione, sacrificando interi fine settimana. Ci sono molte persone che rinunciano a tanto per migliorare la propria pratica educativa, per riuscire, con un atteggiamento di ascolto, a rendere i bambini davvero presenti nell’educazione. Per loro, e per tutti voi, chiedo un grande applauso. Un grande applauso.
2. Il maestro si presenta
Mi chiamo José Antonio Fernández Bravo. Il dottorato in Scienze dell’educazione mi ha permesso, dal 2001, di essere professore universitario. Ma io mi sono sempre sentito un maestro.
Da trentacinque anni sono a contatto con i bambini. Tutti e trentacinque. Diciotto di questi anni a tempo pieno, dalla mattina alla sera, guardando l’orologio nei collegi docenti dalle nove alle cinque, preparando le recite di Natale e confezionando i regali per la Festa della mamma, che mi costava molta fatica incartare, ma alla fine ci riuscivo.
Da sempre sono convinto, e continuo a esserlo, che non esiste apprendimento se non c’è una sfida al desiderio di conoscere di chi apprende.
Mi sono dedicato ad ascoltare i bambini, e per me la domanda fondamentale non è quanto bene un bambino compila la scheda che fa, ma quanto bene quella scheda fa al bambino.
Dormo poco, sogno molto.
Le mie linee di ricerca riguardano il lavoro con chi insegna per risvegliare chi apprende, e il mio progetto di vita è costruire la scuola che non esiste per l’alunno che non ce la fa.
Sono nato a Pozuelo de Alarcón, un paese della Comunità di Madrid che, nell’anno della mia nascita, aveva circa 8.800 abitanti. Oggi ne ha più o meno 85.000. Se ipotizziamo una crescita annua del 4,3%, potete facilmente calcolare la mia età.
Fin da bambino sono stato una persona inquieta, osservatrice. Mi è sempre piaciuto scrivere. Avevo sempre un quaderno su cui annotavo, come riflessioni, ciò che la vita mi insegnava quando dialogavo con il mondo.
Questo quaderno — o meglio, il simbolo di questo quaderno — l’ho portato qui per condividerlo con voi, durante questo tempo insieme.
3. Il maestro e i pasticcini
Ricordo che da piccolo, il giorno del mio compleanno, mi davano dei pasticcini. Quel giorno me ne diedero due. E mia madre mi disse:
«Tieni, portane questi sei alla vicina».
E io dissi: «Non può essere che la vicina ne mangi sei e io solo due, se è il mio compleanno».
In definitiva, ero un bambino piuttosto educato e riflessivo: presi il vassoio e li portai alla vicina. Il giorno dopo, la vicina disse a mia madre: «Grazie per i due pasticcini che mi hai portato».
Ecco, ancora non si capisce. Non si capisce lo sguardo del bambino.
4. Gli anni della formazione e gli appunti sul quaderno
Diciamo che noi maestri dedichiamo una parte della nostra vita a far coincidere il nostro sguardo con il loro sguardo infantile.
Io mi perdevo sempre, i miei genitori non si perdevano mai. Ma questo continua a essere così: si perdono sempre i bambini, non si perdono mai i genitori. Te ne sei accorto, vero?
Sai che cosa annotavo in quel quaderno?
Annotavo che chi si perde nella vita è chi non segue né qualcosa né qualcuno.
Ricordo una volta un professore che disse: «Questa lezione sarà molto noiosa. Chi vuole andarsene, se ne vada». E io me ne andai. Non ero nemmeno uscito dalla porta che mi disse:
«Dove va?» E io risposi: «Me ne vado, ha detto che la lezione sarà noiosa». E lui: «È un modo di dire». Un modo di dire. Io dovevo capire che cosa volesse dire “modo di dire”. E allora annotai in quel quaderno che, quando sarei diventato maestro, avrei cercato un modo di parlare che fosse comprensibile per chi riceve il messaggio.
Crescendo arrivò il momento di iscrivermi alla facoltà di Magistero, e lo feci senza alcun dubbio, come prima scelta, pienamente convinto. Nonostante le perplessità di alcuni familiari molto vicini, che mi dicevano che il curriculum scolastico che avevo mi permetteva di fare qualunque cosa.
Mi dicevano: «Non ti rendi conto che puoi fare quello che vuoi?» E io rispondevo: «Io voglio fare Magistero. Qual è il problema?»
Che cosa annotai allora in quel quaderno? Annotai questo: «Le decisioni che prenderai nella tua vita devi prenderle con chiarezza e per te stesso, perché la persona con cui vivrai tutta la vita sei tu».
È con te stesso che vivrai per tutta la vita. Queste riflessioni mi hanno accompagnato. Sono lezioni che aiutano a camminare, ad andare avanti e, a volte, a riflettere su decisioni future.
Ti rendi conto che per un certo periodo credi in un’idea, la consideri una verità e lotti per essa. Passano gli anni e ti accorgi che quell’idea non era così perfetta, non era così giusta. Allora cambi idea. Passano altri anni e ti rendi conto che anche quella seconda verità non era poi così vera. E così annoti nel quaderno che evolvere significa, semplicemente, cambiare errore. [grassetto e sottolienato del redattore]
E così siamo andati avanti, evolvendo, cambiando errore.
Terminai Magistero e dovetti fare il servizio militare. Io già mi sentivo maestro, e così mi assegnarono a un dipartimento chiamato “estensione culturale”, con il compito di aiutare le persone che non avevano potuto ottenerlo a conseguire il diploma di scuola dell’obbligo. Ma c’era una persona che non poteva nemmeno frequentare quelle lezioni, perché non sapeva né leggere né scrivere. Accadeva così che veniva di nascosto da me e mi diceva: «Maestro, leggimi le lettere». E io gli leggevo le lettere della sua fidanzata. Finché un giorno, mentre leggevo, cercai di creare una situazione che risvegliasse in lui un po’ di curiosità. Mentre leggevo lo ingannai e dissi: «Qui dice che così non può continuare». «Dice davvero questo, maestro?» «Certo». «Davvero? E cos’altro dice?» «Guarda, non ti rendi conto che, se non impari a leggere, ti inganneranno sempre? Dobbiamo trovare il modo perché tu non dipenda da qualcun altro che ti dica che cosa c’è scritto per te».
Questo è qualcosa di grande. Avevo appena finito Magistero e non sapevo nulla di metodi sillabici, di metodi globali, non sapevo nulla di nulla. E lì facemmo quello che potemmo. Imparò a leggere per capire ciò che c’era scritto, andando al suo ritmo, certo.
Quando ci salutammo, l’abbraccio che mi diede aveva il sorriso più bello. Mi disse: «Grazie, maestro». Non fu tanto il “grazie” a colpirmi, quanto la parola “maestro”.
Credo di aver sentito davvero quella parola per la prima volta in quell’abbraccio e in quel ringraziamento. Ho incorniciato quel momento nella mia vita perché è stato il primo a mettere davvero alla prova la mia vocazione e il mio desiderio di dire qualcosa agli altri
5. Il primo in carico nella scuola e l’importanza del sorriso
Terminai il servizio militare — che doveva durare sei mesi, poi divennero otto, poi nove, fino ad arrivare a undici — e trovai lavoro rapidamente.
Il primo incarico che mi affidarono fu una prima classe di quella che allora si chiamava Educazione Generale di Base. E in quegli anni, anche se erano pochi, c’erano bambini che arrivavano senza aver frequentato quello che allora si chiamava Pre-scuola, oggi Educazione dell’infanzia. Era il loro primo giorno di scuola, il primo giorno di iscrizione alla primaria. Il primo giorno che mettevano piede in una scuola.
Ricordo un bambino che passò tutta la mattina a piangere perché voleva tornare a casa a giocare con un camion giocattolo. Io non sapevo che fare. Guarda quanta esperienza avevo: appena uscito da Magistero. Ti ricordavi di Vygotskij, di Piaget… ma non ti ricordavi che cosa dicesse Piaget quando un bambino vuole giocare con un camion giocattolo. E allora fai quello che puoi.
Ricordo che, quando ormai avevo più paura io di loro, si sedettero. Li guardavo e mi sembravano piccolissimi. Molto piccoli. E dicevo: «Dio mio». Parlai loro con molta calma e dissi:
«Ascoltate, mi chiamo Antonio». Come avrei potuto dire José Antonio? Erano così piccoli. Stavo quasi per dire Toñín. Ma lasciamo stare, questo per un’altra volta.
Dissi: «Ascoltate, mi chiamo Antonio. Questa è una scuola di religiose». I bambini mi guardavano fissi, senza battere ciglio. E io pensai: «Non hanno capito che cosa vuol dire religiose». Allora dissi: «Mi chiamo Antonio, e questa è una scuola di suore, ma io non sono una suora». E tutti scoppiarono a ridere.
Io mi spaventai, perché lo avevo detto come spiegazione chiarificatrice. Erano così piccoli che pensai: «Questo non può essere». Io mi spaventai, loro risero molto. E che cosa successe? Che in quel momento annotai nel quaderno una cosa importante: la casualità si trasformò in causalità. Una circostanza casuale diventa qualcosa di causale, e i bambini si avvicinano di più a te quando li fai sorridere.
Capii allora che è giusto rispettare chi pensa che si possa imparare attraverso il pianto. Ma io credo che valga la pena dedicare la vita a farli sorridere.
6. I Numeri in colore, il primo libro, Alberto Aizpún e Conchita Sánchez.
Per una serie di circostanze legate al contesto, fummo portati a studiare un materiale che si chiamava Numeri in colore. Quella ricerca, in qualche modo, cambiò la mia vita, perché scrivendo quel libro — il primo che pubblicai nel 1989, I numeri in colore* di George Cuisenaire [c.d.r. “Los números en color de G. Cruisenaire: relaciones dinámicas para el descubrimiento de la matemática en el aula”, Seco Olea Ediciones, 1989] — entrai in contatto con una persona straordinaria che si chiamava Alberto Aizpún.
Alberto Aizpún, che allora era probabilmente una delle persone che in questo Paese sapevano di più di didattica e di matematica, mi disse: «Di questo io me ne intendo, ma c’è un’altra persona che ne sa moltissimo di più, in Spagna e quasi direi nel mondo. Se vuoi, ti metto in contatto con lei». Quella persona si chiamava Conchita Sánchez [n.d.r. Concepción Sánchez Martínez]. Conchita Sánchez era esperta UNESCO in Scienze esatte e Fisica moderna. Una persona saggia. Profondamente saggia. Mi mise in contatto con lei.
All’inizio mi rivolgevo a lei con un rispetto quasi eccessivo, perché più che creare vicinanza creava distanza, finché non riuscimmo a costruire un’amicizia straordinaria. Conchita un giorno mi disse: «Con te ho fatto quello che fanno gli americani a Cape Canaveral». E io le chiesi: «Che cosa fanno gli americani a Cape Canaveral?» E lei mi rispose: «Metterti in orbita».
Ci fu un prima e un dopo l’incontro con Conchita.
Da quel momento in poi, ogni sforzo fu orientato a studiare per capire i bambini. Capire loro, non fare in modo che capissero me. Non si trattava più di chiedermi chi mi seguisse, ma chi potevo seguire io e come riuscirci. Bisognava formarsi moltissimo, perché bisognava preparare molto bene le lezioni, fino a quando mi resi conto che la lezione meglio preparata è quella che ti permette di abbandonare ciò che avevi preparato.
E lì la formazione fu enorme, per il rispetto profondo che dobbiamo avere verso coloro a cui rivolgiamo il nostro lavoro, che sono i bambini. Ho lavorato, come vedete, come maestro, come professore, come ricercatore.
Ho ricevuto premi europei per la creatività e per la didattica.
Abbiamo pubblicato alcuni libri — più di centoventi — e abbiamo imparato molte cose.
Ma di tutto ciò che vi ho raccontato, di tutto, ce n’è una sola che ho davvero chiara. Una sola: io credo che non insegniamo ciò che sappiamo, insegniamo ciò che siamo.
Non si insegna ciò che si sa. Si insegna ciò che si è. E se continuo a fare qualcosa, è imparare a essere. Se è importante ascoltare per educare, non lo è meno educare all’ascolto. Per questo sarò felice, felicissimo, di ascoltarvi, di sentire le vostre inquietudini, le vostre domande e di dialogare insieme.
7. Sessione di domande e risposte — La domanda di Mar
«Ciao José Antonio, sono Mar.
Sono maestra di scuola primaria, ho avuto la fortuna di essere tua alunna e vorrei farti una domanda piccola, ma allo stesso tempo molto grande nel significato: che cos’è per te l’educazione?»
L’educazione è rendere la vita più piacevole agli altri. Se io sono educato con te è perché voglio rendere la tua vita più piacevole con me e facilitarti il cammino. E se tu sei educata con me, farai lo stesso con me. Il problema nasce quando si incontrano una persona educata e una che non lo è. Lì, allora, bisognerebbe…
Ma verso che cosa tende l’educazione?
A rendere la vita più piacevole agli altri. Io credo che ci siano due obiettivi fondamentali dell’educazione, oltre a molti altri, tutti assolutamente rispettabili. Il primo è renderci più intelligenti. Il secondo, renderci persone migliori.
Questo non significa che si debba rinunciare al sapere, tutt’altro. Quando si parla di sapere, si pensa subito ai concetti, al concettualismo. Io posso parlare di saper lavorare, e per farlo ho bisogno di dominare i concetti. Ma parlo anche di saper convivere, di saper stare, di saper sentire.
Sono i sentimenti che generiamo nei bambini a determinare l’attività che li fa innamorare. [n.d.r. grassetto mio] È di questo sapere che parlo. E questo significa che, se l’educazione ha una missione, è quella di passare da «imparare a imparare» a «imparare a sapere».
«Imparare a imparare» va benissimo, ma è un percorso continuo, come un treno che non si ferma mai. E uno a un certo punto dice: «Scusi, io vorrei fermarmi, vorrei vedere questa stazione». È necessario, sì, ma bisogna anche arrivare all’«imparare a sapere».
Se la guardiamo così, diventare più intelligenti e persone migliori, allora le discipline non possono essere fini in sé: lingua, matematica, biologia… Sono mezzi attraverso i quali si sviluppa la persona. La cosa importante è la persona.
Questo non significa sapere meno, ma sapere di più e meglio. Se la matematica è il mezzo che mi permette di convivere, di riconoscere l’altro, di condividere, allora devo capire che stabilire relazioni, giocare con le risposte prima di sceglierne una, proporre alternative e offrire all’altro la possibilità di confrontarle fa parte dell’atto educativo.
Oltre a insegnare le discipline attraverso la vita reale, bisogna insegnare la vita attraverso le discipline.
Il concetto di «rettangolo» non è importante se ti ha rovinato la vita. È importante se, attraverso il rettangolo, diventi più intelligente e una persona migliore.
Tempo fa entrai in una classe e disegnai un rettangolo ai bambini, molto piccoli. Quando lo disegnai, mi dissero: «Ti mancano gli occhi, il naso e la bocca». E tutti cantarono: «Il rettangolo ha gli occhi, il rettangolo ha le orecchie, il rettangolo ha il naso, il rettangolo è felice». E io stetti zitto.
«Ce l’ha insegnata Aurora. Ce l’ha insegnata Aurora». Io continuai a tacere. Non volli indagare su Aurora. Li ascoltavo. Avevo due possibilità.La prima: dire chiaramente che Aurora si sbagliava, che il rettangolo non ha occhi, né orecchie, né naso. E spiegare che “rettangolo” è una parola che indica una forma, una proprietà degli oggetti, ma che non è l’oggetto stesso.
Oppure avevo la seconda possibilità. E la seconda possibilità era dire: «Il rettangolo ha gli occhi, ha il naso, è felice». E io dissi: «Ma questa è una meraviglia». Allora mi chiesero: «Ti piace?» E io risposi: «Certo. Vediamo se riesco a impararla. Mi aiutate?» E imparai la loro canzone del rettangolo con gli occhi, le orecchie, felice. E la cantavamo tutti insieme.
Il giorno dopo entrai nella stessa classe e dissi:«Vi ricordate la canzone del rettangolo?» «Sì». E io: «Ne so un’altra».«Davvero? Tu ne sai un’altra?» «Sì. Vi va di imparare la mia canzone?» Tutti dissero di sì.
Sapete perché dissero tutti di sì? Perché io avevo voluto imparare la loro.
E per questo loro volevano imparare la mia.
È molto difficile, a volte, tenere insieme l’essere più intelligenti e l’essere persone migliori. È difficile perché, in fondo, la metodologia del rispetto dovrebbe essere presente in qualsiasi metodologia: flessibile, efficace, attiva, innovativa. [n.d.r. grassetti miei]
Questo, per me, è educazione:
rendere la vita più piacevole agli altri.
E spero di averla resa un po’ più piacevole anche a te.
8. La domanda: José Ángel Juárez – «Che cos’è per te un buon professore? Un buon maestro?»
«Ciao José Antonio, mi chiamo José Ángel Juárez.
Sono passati quasi dieci anni da quando ero all’università con te: ci insegnavi «Creatività in Psicopedagogia». È stata un’esperienza molto profonda. Ma ancora più profondi sono stati i momenti condivisi in caffetteria, dove davvero, insieme a molti compagni, ci aiutavi a pensare in modo diverso. Oggi sono dirigente di una scuola qui a Madrid e vorrei chiederti: che cos’è per te un buon professore? Un buon maestro?»
La prima cosa che ti direi è che mi piacerebbe darti un abbraccio, di quelli che si danno quando ci si ritrova. E vorrei che tu restassi qui con me, per sentire di nuovo quello che provavi quando ti chiamavano alla lavagna. Per domandare.
Hai detto una cosa molto bella, parlando di me come di qualcuno che ti ha permesso di condividere momenti piacevoli.
Per me un buon professore è colui che mette il bambino davanti a tutto. È colui che cerca di capirti per poter canalizzare il tuo modo di capire. È colui che insegna partendo dal cervello di chi apprende.
Per questo, la prima persona da ascoltare sei tu. «Io?» Sì, proprio tu.
Per me, essere un buon professore significa anche essere un po’ bambini, perché è così che possiamo provare vera empatia con loro.
Hai detto una frase molto bella poco fa:
«È colui che si preoccupa davvero che imparino, non di insegnare».
La nostra missione è insegnare. A volte perdiamo di vista questa parola, come se ci facesse paura.
Quando mi chiedono: «Come si chiama la persona che crea felicità?» Non lo so: “felicitatore”, forse. Ma non direi mai “professore”.
Come si chiama la persona che fa sentire bene gli altri in ogni momento? “Sentitore”, forse.
Ma non direi mai “professore”.
E invece diciamo professore, maestro, maestra, quando ci chiedono: «Come si chiama chi insegna?». Ed è qualcosa di fondamentale.
Siamo professori, maestri, maestre perché la nostra funzione, la nostra professione è insegnare. Ma se insegnare significa, prima di tutto, produrre apprendimento, allora non posso dire che cos’è per me un buon professore senza chiarire che cos’è un buon apprendimento.
Per alcuni, un buon apprendimento è fare cinque divisioni in dieci minuti, tutte giuste. Per altri, è stabilire relazioni, osservare i numeri, prendersi tempo e proporre almeno cinque algoritmi diversi per arrivare allo stesso risultato.
Finché non abbiamo chiaro che cos’è un buon apprendimento, non possiamo sapere che cos’è insegnare. Perché insegnare è, prima di tutto, produrre apprendimento.
Di fatto, la prima domanda che dovremmo farci è come si apprende, per sapere come si insegna.
Oggi organizziamo molti convegni sul profilo del docente del XXI secolo. Ma a cosa serve un convegno intero, se sono solo due le cose da tenere presenti? Essere docente nel XXI secolo ed essere vivi nel XXI secolo.
Perché non facciamo convegni sull’alunno del XXI secolo? Sul bambino del XXI secolo? Essere un po’ bambini significa adattare il nostro sguardo al loro sguardo, avvicinarci un po’ di più. Se la nostra missione è insegnare, allora è credibile solo quando produciamo apprendimento.
Io ho conosciuto due tipi di maestri, e quando dico “bambino” intendo bambini e bambine. Ci sono i maestri che vogliono e i maestri che amano. Il maestro che vuole, desidera. Il maestro che ama, dona. Avvolge tutto nella generosità. Il maestro che vuole inizia la lezione quando suona la campanella e la finisce quando la campanella suona di nuovo. Il maestro che ama inizia la lezione quando nei suoi alunni nasce il bisogno di partecipare.
Una lezione non inizia con i desideri di chi insegna. Inizia con i bisogni di chi apprende. E la lezione finisce quando nasce la curiosità per quella successiva. Quando il bambino ti dice: «Raccontamelo ancora». E tu rispondi: «Domani».
Quando ti dice: «Facciamone un altro». E tu rispondi: «Domani». «Davvero domani?» «Sì».
In quel momento la lezione è finita, perché hai acceso la curiosità per la prossima.
Al maestro che vuole importa molto l’errore e il successo. Prepara i bambini a rispondere bene, a indovinare la risposta giusta. E per questo spesso non li prepara ad apprendere.
Il maestro che ama vede nell’errore un processo di apprendimento. Capisce che bisogna partire dal non sapere. Che la scuola ha senso perché si passa dal non sapere al sapere, e dal sapere al sapere di più.
Il maestro che vuole cura l’apparire del processo. Il maestro che ama cura l’illuminarsi del risultato. E sono due cose molto diverse.
Il maestro che vuole propone la classica sequenza: triangolo, cerchio, triangolo, cerchio… continua tu. Vuole una risposta precisa. E a chi la dà mette una faccina felice, a chi non la dà una faccina triste.
Il maestro che ama dice: triangolo, cerchio, triangolo, cerchio… continua tu. Poi raccoglie tutte le risposte, le appende al muro e lascia che i bambini spieghino ciò che hanno fatto.
Uno dice: «Triangolo, cerchio, triangolo, cerchio, quadrato, rettangolo, quadrato, rettangolo, perché quelli mancavano». E tutti applaudono. Un altro dice: «Triangolo, cerchio, triangolo, cerchio, triangolo, cerchio, cerchio, cerchio, perché l’ultimo lo ripeti». E tutti applaudono. Un altro ancora dice: «Triangolo, cerchio, triangolo, cerchio, triangolo, cerchio, perché metti sempre quelli uguali». E tutti applaudono.
Al maestro che ama non importa che tutti abbiano la stessa risposta. Gli importa preparare alla vita. Perché nella vita non è importante coincidere con una risposta, ma essere capaci di spiegare ciò che si fa. E la vita ti applaudirà, come oggi ti applaudono i tuoi compagni. Questa è la grandezza del buon maestro: colui che capisce che spiegare, argomentare, confrontare, applaudire ciò che è diverso è coerenza, autenticità, onestà.
Non posso dire domani in assemblea che il diverso è un valore se oggi applaudo solo ciò che è uguale.
Mi piacerebbe che insieme trovassimo una parola per dire come si chiama la persona che permette agli altri di credere in se stessi. Io non l’ho trovata. Forse “buon professore”. Non lo so. Ma dovremmo conquistarla.
Tutta la conoscenza attende forme sempre più solide, precise, rigorose e, in fondo, più semplici. Per me, un buon maestro è colui che ama ciò che fa amando la persona a cui lo rivolge. Colui che permette ai suoi alunni di credere in se stessi e che cerca per l’apprendimento strade più belle e più semplici.
Un applauso a José Ángel.
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